Halloween, la “notte santa” in cui si aprono le porte dell’aldilà

Stanotte è la “notte delle streghe”, Halloween, un giorno molto famoso più per le discussioni che si creano intorno a questa festività “importata” che per le sue radici mistico-religiose. In effetti, Halloween oggi è considerato principalmente una festività commerciale, più o meno come San Valentino, simile al nostro carnevale, che ha perso tutti i suoi antichi connotati e che in Italia trova molti oppositori, spaventati dall’avanzare di una festività “pagana”, “satanista”, “che non appartiene alla nostra cultura”.

Premettendo che non voglio entrare nel merito del satanismo, poiché questo non è il luogo per aprire una simile discussione, vorrei andare a indagare le origini di Halloween e vedere se è veramente qualcosa di così estraneo e lontano da noi.

Come molti sapranno, Halloween deriva dalla festività celtica di Samhain, il capodanno, che segna la fine dell’estate e l’inizio dell’inverno. Il valore di Samhain per i celti è molteplice:

  • coincide con l’ultimo raccolto e la preparazione del terreno per l’inverno; il raccolto viene messo da parte e ci si prepara al freddo e al clima rigido: chi è solo rischia di non superare l’inverno, per questo la tribù deve restare unita un questo momento di passaggio
  • è il giorno di passaggio tra l’anno vecchio e quello nuovo, perciò non appartiene a nessuno dei due, è un “giorno che non esiste”, al di fuori del tempo, per questo è considerato il giorno più magico dell’anno e quello in cui la barriera tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti si assottiglia, permettendo il collegamento tra i due mondi. Passato e futuro si fondono in questo giorno, e i morti tornano alle loro vecchie case, dove vengono onorati dai vivi. In questo giorno di passaggio, il tempo viene distrutto e poi ricostruito, per questo chi non partecipa ai riti è escluso dal tempo e rischia di essere distrutto (secondo alcune testimonianze, la tribù lo considerava morto e il giorno successivo procedeva all’erezione del tumulo e della pietra tombale)
  • si tratta di una festa rituale, collegata alla rottura delle norme tradizionali (i morti camminano sulla terra dei vivi), e a riti di propiziazione e fecondazione (il terreno viene preparato per l’inverno e si semina per il successivo raccolto)
  • le Pleiadi iniziano a essere visibili di notte in questo periodo dell’anno, sottolineando la supremazia delle ore di buio rispetto alle ore di luce, della notte sul giorno

La tradizione cristiana, che si è sovrapposta a quella celtica, ha stabilito il primo novembre come il giorno in cui si celebrano i santi, ovvero in cui si onorano le figure più importanti tra i morti della cristianità. Si iniziò a celebrare questa festività dalla sera prima, che veniva considerata una “Holy eve”, una vigilia santa, che poi divenne Halloween.

Coi migranti Irlandesi, la tradizione venne portata negli USA, dove le rape scavate divennero zucche (più facilmente reperibili), e man mano divenne sempre più un evento commerciale e goliardico, più simile al carnevale che a una festività religiosa.

Ma tornando alla festa di Tutti i Santi, fu istituita nel VII secolo d.C. da papa Bonifacio VI, e veniva inizialmente celebrata il 13 maggio, giorno in cui i Romani chiudevano le celebrazioni dei Lemuria, riti che avevano lo scopo di placare gli spiriti dei defunti morti di morte violenta. Dato che moltissime festività cristiane si sono sovrapposte a quelle più antiche con un significato simile, si può supporre che lo stesso valga per la festa di Tutti i Santi, che nel VII secolo presumibilmente erano soprattutto martiri. Solo con il tempo la data di questa ricorrenza è slittata al primo di novembre.

Cercando paralleli tra Shamhein e i riti degli antichi Romani, si scopre che in quello stesso periodo veniva celebrato il “mundus patet”, un rito facente parte del culto di Cerere, in cui una fossa situata nel tempio dedicato alla divinità, a rappresentare il mondo e la sfera celeste e l’universo tutto nonché l’utero materno, veniva aperta. Questo rito ricorreva il 24 agosto, il 5 ottobre e l’8 novembre, e l’apertura del pozzo significava mettere in comunicazione il mondo dei vivi con il mondo dei morti, i segreti dei Mani erano alla luce ed era proibito lavorare.

Anche qui, si tratta di riti legati ai cicli agricoli e alla purificazione della comunità (in vista dei Saturnalia, celebrati nel mese di dicembre), e Cerere era la divinità che presiedeva al raccolto, alla fecondità della terra e dell’uomo, e al mondo dei morti. Non dimentichiamo inoltre la leggenda secondo cui Persefone, figlia di Cerere, passa metà dell’anno nel mondo degli Inferi, accanto allo sposo Plutone, e sua madre trascorre nel lutto i mesi a venire, lasciando morire la terra, finché Persefone non torna da lei in primavera.

Secondo le credenze dei Romani, quando il mundus Cereris era aperto i morti erano liberi di accedere nel mondo dei vivi e andare in giro a loro piacimento.

Le analogie sono tante, e possiamo ritrovare in moltissime culture riti e festività che onorano i defunti, spessissimo associate con l’inizio dell’inverno, periodo in cui anche la terra “muore” per poi rinascere con la primavera, e risalenti alle epoche in cui si viveva principalmente di agricoltura e la vita dell’intera comunità era associata ai cicli naturali e al raccolto.

In più, vorrei soffermarmi a considerare cosa sia il mondo dell’aldilà per i celti. Ora, secondo i celti l’anima vive un continuo ciclo di reincarnazioni, non come la ruota del Samsara induista, ma come parti di un’unica lunghissima vita che portava l’anima a vivere esperienze diverse. Anche secondo i latini, dopo aver scelto la loro successiva vita e aver bevuto l’acqua del fiume Lete, le anime si reincarnavano e rinascevano. Nella credenza celtica, per quanto ne sappiamo oggi, le anime dei morti arrivavano nell’Annwn, il regno degli Spiriti, che era un luogo fisico, accessibile da alcuni punti della terra spesso isolati e difficili da raggiungere (come il Laverno dei Romani). Qui, l’anima subiva un processo di purificazione, e solo chi era morto vigliaccamente o era vissuto senza onore restava nel regno dei morti, relegato nel punto più buio dell’Annwn (un po’ l’equivalente del Tartaro, dove venivano isolate le anime di coloro che si erano ribellati agli dei). Le altre anime invece si preparavano alla reincarnazione, poi raggiungevano il Gwnfyd, un luogo felice dove restavano in attesa di rinascere. Solo pochi eletti accedevano al Ceuhant, il luogo dove attendevano coloro che si sarebbero reincarnati come druidi, istruiti dagli dei in tutti i segreti della conoscenza. Dopo diversi cicli, l’anima purificata è ammessa al Tir Na Nog, la terra dell’eterna giovinezza, un luogo felice dove avrebbe vissuto in pace ed armonia (come i Campi Elisi), spesso assimilata con il regno del Piccolo Popolo o la mitica isola in cui vivevano gli Elfi.

Come possiamo vedere, il regno dei morti per i celti non aveva la connotazione negativa che gli attribuiamo oggi, anzi la morte era vista come parte della vita, come un momento di passaggio tra i diversi piani dell’esistenza, una tappa all’interno di un viaggio molto più lungo. I morti non erano spiriti da temere, ma andavano ricordati e onorati, poiché rappresentavano la storia della tribù, avevano contribuito alla vita e al sostentamento della comunità, e l’avevano difesa contro i pericoli esterni. Le offerte non servivano a placare spiriti minacciosi, ma a onorare i defunti che li avevano preceduti in questo mondo, un po’ come si fa ancora oggi nell’America del Sud, dove c’è la tradizione di portare dolci alle tombe e mangiare nei cimiteri, come se chi ci ha lasciato fosse ancora insieme a noi.

Sarebbe bello se anche noi tornassimo a vederla in questo modo, piuttosto che discutere su quanto Halloween ci “appartenga” o meno.